02 Luglio 2020
Spettacoli
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HISTOIRE DE MA MORT. Preparativi per una scena madre

con Paola Marcone, Valerio Amoruso, Matteo Vagelli
direzione tecnica Riccardo Gargiulo
ambientazione sonora Fabio Bartolomei
video Giacomo Verde
costumi Fondazione Cerratelli
foto Raoul Terilli
organizzazione Gilda Ciao

drammaturgia e regia Paola Marcone


Una produzione BUBAMARA TEATRO e Associazione Teatro BUTI
«Perché qui sta il punto: se io mi annego deliberatamente, ciò implica un atto; e un atto ha tre fasi: cioè agire, fare, mostrare; erga, s’è annegata deliberatamente».
Due becchini, una cassa e Ofelia suicida.
Questo è il punto.
Si può morire deliberatamente.
Agire con lo scopo di non essere più.
Fare professione di libertà.
Appendere sui rami spioventi di un salice ghirlande di fiori e mostrare: “ecco, io muoio qui”.
Di questo si tratta. Sarebbe comodo chiamarlo pazzia, nevrosi, psicosi. C’è un nome più facile.
Scelta.
Scelta classica di “levar la mano su di sé”.
Affermazione di umanità spinta al suo limite estremo.
In questo caso, soprattutto “teatro”: spettacolo della propria morte.
HISTOIRE DE MA MORT è la riesumazione di Ofelia suicida. E’ lei che, raccontando la sua conclusiva uscita di scena dal regime di Elsinore, ci introduce al senso di chi sceglie una fine volontaria per andarsene da un governo oppressivo, che toglie libertà e prospettive.
Ho ripreso in mano Amleto, e l’ho riscoperto nuovamente quale testo emblema del nostro tempo: come specchio di un regime che impedisce la legalità, che professa l’inganno, che brama il potere e lo alimenta di nefandezze. E di Amleto e Ofelia mi ha colpito la loro personale reazione al sistema: entrambi trovano rifugio all’oppressione nella morte. Non voluta, ma sicuramente messa in conto, e alla fine, ineluttabile fatalità per lui; probabile scelta libera per lei. La differenza è sostanzialmente temporale. Amleto aspetta, Ofelia no. Lei decide di andare incontro alla morte per trovare la libertà. E muore prima di Amleto.
La mia Ofelia si riscatta. Si erge dalla tomba e finalmente dice la sua verità. Lo fa da un palcoscenico ideale, il cimitero; e il suo pubblico sono i becchini-clown che niente hanno da fare se non aspettare il prossimo morto. In attesa di Amleto, che da lì a poco arriverà, Ofelia racconta storie. Storie vere, però, e che assomigliano alla sua. Storie prese dalla Storia, come da un mazzo di carte.
Tre storie che prima di folgorare Ofelia hanno colpito me.

3 ottobre 1931.
Il poeta trentenne Lauro De Bosis muore disperso con il suo aereo nelle acque del Mediterraneo. Ha appena compiuto un volo su Roma, lanciando quattrocentomila volantini antifascisti. Sapeva di non avere carburante a sufficienza per il ritorno. Lascia HISTOIRE DE MA MORT, testamento politico-spirituale scritto la sera prima dell’impresa.

16 gennaio 1969.
Lo studente Jan Palach si cosparge di benzina nella piazza più grande di Praga e si appicca il fuoco per protestare contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Morirà tre giorni dopo, mentre altre torce umane annunciano il suicidio in nome della libertà del loro Paese.

27 gennaio 2002.
Una donna, Wafa Idris, muore a ventisette anni in Jaffa Street, Gerusalemme ovest. Ha lasciato al Amari, uno dei campi profughi per Palestinesi, per farsi esplodere tra la gente a dieci chilometri da casa. Uccide un vecchio e ferisce alcune persone. È la prima donna kamikaze.

Che sia dittatura di destra, governo totalitario di sinistra, conflitto israeliano-palestinese: quando la vera tragedia è non avere più alcuna speranza e essere incapaci di trovare una reazione risolutiva, per alcuni non rimane che un ultimo gesto, spettacolare e definitivo. Azione lucidamente laica o sorretta dall’esaltante prospettiva del Paradiso, in ogni caso atto definitivo premeditato e inscenato per colpire le coscienze altrui. Due uomini e una donna, accumunati solo dall'estrema volontà di organizzare la propria morte come una performance che lasci un segno nella vita collettiva, i tre suicidi incarnano un urgente tentativo di imbastire una nuova riflessione politica. Forse sono narcisi forsennati, forse solo inutili eroi, sicuramente raffinati interpreti di un’idea fondante, quella che vede nel corpo l’azzeramento di tutte le ideologie.
Ed è sotto occhi degli altri che si compie uno spettacolo lucidamente progettato, immaginato infinite volte fino ad un istante prima dell’atto reale.
Ed è nella tensione di questi progetti che vogliamo sostare noi, in cerca del senso (se c’è) della propria morte come esibizione. Perché una morte che reclama un pubblico non segna solo la messa in scena di un ego ipertrofico. La storia dei nostri tre corpi – annegato, in fiamme, dilaniato – ci narra di un progetto drammatico e drammaturgico; di una persona che diventa personaggio e di una vita che diventa un’arma. Quello che ci raccontano è la ricerca di un tempo nuovo, della consapevolezza e dell’impegno, per una causa che, qualunque essa sia, non narri la fine violenta di un esaltato che muore, ma la storia di una comunità che ri-nasce. Come sempre nel sangue. E come sempre contro la legge.
Oggi, a quasi ottant’anni dal volo di De Bosis e da poco lontani da una dittatura italiana, a quarant’anni dalla Primavera di Praga e dal gesto di Palach, a poche ore dall’ultimo kamikaze che si è fatto esplodere in qualche parte del mondo, a distanza e al riparo dei media possiamo assistere alla scena madre.


PREPARATIVI PER LA SCENA MADRE: note di regia

Tre attori sulla scena vuota. Solo una cassa. Due becchini ingaggiano una grottesca liaison con Ofelia rediviva. Ma non si può andare avanti con la commedia: si abbandonano i costumi, i trucchi, le battute. Si lascia spazio alla vera tragedia, ai veri suicidi.
Ora rinserrati in un quadrato di luce, nel serraglio di una membrana che espone allo sguardo mediatico, i tre “personaggi” – smessi i panni degli “attori” - iniziano i preparativi per la “scena madre”, l’ultima.
Ciascuno in un proprio spazio limitato e angusto, nella gabbia dei loro tormenti, i tre intessono disperazione e ironia, esibizione esasperata e lirismo, in dialogo con se stessi, con il pubblico, con il video che moltiplica la proiezione di sé, in un parossismo di autoreferenzialità. L’immagine elettronica dilata il gesto sulla scena, ma la ripresa è già stata compiuta prima che l’azione sia svolta sotto lo sguardo dello spettatore reale: rimanda ad tempo altro e fantasticato, uno spaccato dell’immaginazione in cui si confondono i confini della finzione con la realtà. È già tutto accaduto? È mai possibile che tutto si compia? Questi sono attori della propria vita loro malgrado, o sono, nonostante tutto, personaggi costruiti per un pubblico?
Microfoni moltiplicano pensieri ossessivi, lucide maniacalità, prove tecniche per gridare il silenzio che li pervade. Il suono può sconfinare oltre le barriere. La voce è il contraltare del corpo, e il microfono il mezzo a cui affidare un emblematico esercizio di prolungamento verso gli altri. Parola detta, rumore organico della masticazione, vibrazione di un gemito si intrecciano in una monodia che raccoglie le stesse paure, le stesse dannazioni, le stesse speranze. Lo strumento tecnologico amplifica la vitalità che diventa l’ultimo concerto della Fenice.
La propria voce e la propria immagine rimbalzano da una parete mentale all’altra. Isolano gli aspiranti suicidi nella traiettoria decisa, li congelano in una dimensione di progetto: tre presenze simultanee ma distinte nella loro solitudine. La luce scandisce tre confini fisici che il corpo non può valicare, se non nel trapasso.


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